Asso.Inter.Lucana e O.I.T.D.L.M partecipano alla petizione lanciata dalle Associazioni Due Sicilie-Noiborbonici
Di seguito il testo della petizione:
A: Alte Cariche Istituzionali e Giuridiche italiane ed europee
PETIZIONE POPOLARE
Al Signor Presidente della Repubblica Italiana
Al Signor Presidente del Senato della Repubblica Italiana
Al Signor Presidente della Camera dei Deputati della Repubblica Italiana
Al Signor Presidente del Consiglio dei Ministri
Al Signor Presidente della Corte Costituzionale della Repubblica Italiana
Al Signor Presidente della Corte di Cassazione della Repubblica Italiana
Al Signor Presidente del Parlamento Europeo
Al Signor Presidente della Commissione Europea presso il Parlamento Europeo
Al Signor Presidente della Corte di Giustizia Europea
I sottoscritti cittadini italiani originari e/o residenti nel Meridione d’Italia, consapevoli ed informati sui fatti accaduti tra il 1860 e 1872 nei territori del Sud della penisola italiana che fino a quell’epoca erano conosciuti, rispettati e noti nel mondo con il nome di Regno delle Due Sicilie:
PREMESSO che i sanguinosi eventi succedutisi negli anni succitati e realizzatisi a danno delle popolazioni meridionali furono voluti, ispirati e realizzati direttamente dal regnante della Casa Savoia per il tramite del proprio esercito ed, indirettamente, per opera di guerriglieri mercenari;
VALUTATO che gli efferati reati commessi a carico di centinaia di migliaia di inermi cittadini meridionali, portati a termine anche con esecuzioni sommarie senza il rispetto delle più elementari regole del diritto (civile e/o militare) e che a tutt’oggi non risultano prescritti o prescrivibili (essendosi trattato di vero e proprio genocidio), hanno cagionato la morte e le lesioni fisiche in passato e cagionano, tutt’oggi, danni biologici e morali assolutamente rilevabili nei discendenti di coloro che li hanno immeritatamente subiti;
CONSIDERATO che anche il successivo cosiddetto plebiscito popolare, svolto nelle stesse terre del Regno delle Due Sicilie per volontà della stessa Casa Savoia, è stato condotto in maniera e con metodo notoriamente e palesemente scorretto e finanche, secondo diversi studiosi, fraudolento. Il tutto al fine di validare l’annessione e l’accorpamento delle stesse regioni ai possedimenti savoiardi tant’è che l’allora regnante nello stato del Piemonte, Vittorio Emanuele II, anche con la cosiddetta unità d’Italia, non volle cambiare la numerazione reale in Vittorio Emanuele I Re d’Italia, ma continuò ad emanare atti e leggi con il titolo regale collegato allo stato originario di appartenenza;
RITENUTO che oltre alle violenze, le dette terre del Regno delle Due Sicilie, hanno subito la rapina ed il depauperamento delle proprie ricchezze e risorse monetarie, industriali e, più in generali, agricole e commerciali con trasferimento di queste ricchezze in quello che sarebbe diventato il cosiddetto triangolo industriale del nord italico e, quindi, con evidente vantaggio diretto ed indiretto per la Casa Savoia. Saccheggio che, tra l’altro, determinò l’impoverimento di terre una volta ubertose e fonte di ricchezza e sostentamento per le famiglie meridionali che, per evitare soprusi e povertà, furono costrette sulla strada dell’esilio volontario dando origine al fenomeno sociale più noto come emigrazione (sporadica o assolutamente sconosciuta sino alla conquista del Sud);
VISTO che una prima e sommaria stima dei danni sopra citati, subiti dalle popolazioni del meridione d’Italia nel periodo compreso tra gli anni 1860 e 1872, farebbe ritenere la somma, rapportata alla valuta attuale, di 50 miliardi di euro quale ragionevole lecita provvisionale da porre a carico degli eredi e beneficiari dei mandanti, ispiratori ed esecutori degli scempi compiuti sulle popolazioni del sud (fatto salva ulteriore e definitiva valutazione degli stessi danni);
RITENGONO Di sollecitare le Cariche Istituzionali nonché le Autorità Governative e Giuridiche nazionali ed Europee a rigettare l’istanza prodotta dagli attuali eredi di Casa Savoia tendente ad ottenere la somma di 260 milioni di euro (esclusi gli interessi) quale risarcimento dei danni subiti per l’impedimento al rientro in Italia dopo il referendum a seguito del quale prevalse la forma repubblicana dell’attuale stato italiano.
DICHIARANO A tal proposito che MAI verseranno, sotto forma di tasse o quant’altro, un solo centesimo utile all’eventuale soddisfacimento delle richiesta proditoriamente prodotta dagli eredi della detta Casa Savoia. Risarcimento che, a giudizio dei firmatari della presente, andrebbe invece posto ad esclusivo carico dei parlamentari che, all’epoca, votarono ed approvarono la riforma costituzionale che ha determinato il rientro in Italia dei citati eredi Savoia
CHIEDONO Che venga avviato un procedimento civile a carico degli stessi eredi Savoia finalizzato alla condanna degli stessi alla refusione dei danni che il loro antenato Vittorio Emanuele II ha procurato alle popolazioni meridionali annunciando che ogni somma ricavata sarà devoluta, nelle regioni fatte oggetto della feroce violenza, alla costruzione di ospedali, scuole, case di riposo per anziani e disabili, industrie ovvero per assistenza domiciliare per famiglie bisognose e di immigrati verso i quali da sempre, nei secoli, il meridione è stato prodigo di ospitalità.
Firma
Le pretese dei savoi.
In una recente trasmissione televisiva, è stato presentato un documento, redatto dai legali della famiglia Savoia, con il quale gli stessi chiedono ufficialmente allo Stato italiano il riconoscimento di danni morali per un valore complessivo di 260 milioni di euro, senza contare gli interessi. E' stata fatta richiesta anche per la restituzione dei beni confiscati alla nascita della Repubblica.
Tra i motivi della richiesta di risarcimento ci sarebbero i danni morali, dovuti alla violazione dei diritti fondamentali dell'uomo stabiliti dalla Convenzione Europea per i 54 anni di esilio dei Savoia sanciti dalla Costituzione Italiana. Secca e immediata la replica del Governo attraverso il segretario generale della presidenza del Consiglio, Carlo Malinconico: l'Italia non solo non ritiene di dover pagare nulla ai Savoia ma che pensa di chiedere a sua volta i danni all'ex famiglia reale per le responsabilità legate alle note vicende storiche.
Il commento, sarcastico, del sindacalista Bonanni, presente alla lettura del documento, è stato che di questo passo, accettando la richiesta, si sarebbero dovuto risarcire finanche i Borboni. Ebbene, il sindacalista Bonanni, forse non sapeva che il suo sarcasmo nascondeva invece una grande verità parlando dei beni da restituire e dei danni da risarcire. I beni dei savoi, al pari di quelli di Alì Babà, erano e sono il frutto delle ruberie perpetrate ai popoli sconfitti e dai conseguenti bottini di guerra. Per quanto riguarda quelli dei Borbone addirittura furono bottino di una guerra mai dichiarata e mascherata da sollevazione popolare e soccorso ga-ribaldesco.
Essi rimpinguarono le loro casse e i loro averi, grassando, depredando e facendo loro tutto quello su cui poterono mettere mano, asportando dalle cucine del palazzo reale di Napoli, financo le pentole. E quando fu realizzata l’annessione, frutto di brogli, ingobarono ancora dal Regno, per il costituendo nuovo tesoro, 443,2 milioni di lire, contro i 27 portati dai savoi, su un totale di 668,4.
E questo senza contare il tributo di vite in una guerra senza fine da loro detta “lotta al brigantaggio” e l’emarginazione e l’impoverimento del sud costretto per la prima volta ad un esodo verso altri stati che ridusse di circa la metà la sua popolazione. Esso iniziò alla fine dell’ottocento e dura ancora. Altro che 54 anni.
Di questa dinastia francese ce ne eravamo liberati; perché abbiamo consentito che ritornassero?
Si unisce alle critiche anche Moni Ovadia. L'artista, riconosciuto tra i maggiori esponenti europei della cultura ebraica ha annunciato: "Ora che c'è la class action proporrò a tutti gli ebrei di chiedere un risarcimento danni ai Savoia per 500 miliardi di euro, una cifra a titolo simbolico per tutte le nefandezze che hanno compiuto"."Quella dei Savoia è una delle più ridicole, vigliacche, traditrici monarchie della storia", ha aggiunto.
Da lungo tempo e per più gravi motivi il Sud attende il risarcimento dei danni della dinastia sabauda dal 1860 in poi in termini di guerra senza dichiarazione, sterminio del 10% della popolazione, furto dei beni personali dei Borbone e del tesoro pubblico, smantellamento strutture produttive meridionali, emigrazione forzata di buona parte della popolazione attiva, uso come carne da macello di oltre 500mila meridionali nella I guerra mondiale, distruzioni e lutti per il loro tradimento nella II guerra mondiale. I 260 milioni saranno sequestrati dai legali degli eredi del popolo duo-siciliano come primo acconto per quanto subito. Questo è quanto dicono i portavoce dell’associazione neoborbonica.
Antonio Nicoletta 22/11/07
Passannante e Milano
Come I Savoia adottarono due pesi e due misure.
Il 17 novembre 1878, a Napoli, durante una sua visita alla città, il re d’Italia Umberto I fu oggetto di attentato nel quale rimase ferito leggermente. Nè poteva essere altrimenti, in quanto l’attentatore, Giovanni Passannante utilizzò un coltellino a serramanico ottenuto da un venditore ambulante in cambio della sua giacca. L’attentatore alla vita del “re buono” fu condannato a morte; l’anno successivo il Regio Decreto del 29 marzo commutava la pena capitale nei lavori forzati a vita.
Nell’ergastolo di Portoferraio, sull’isola d’Elba, Passannante cominciò a dare segni di squilibrio mentale a seguito del trattamento disumano cui fu sottoposto, costretto a vivere in assoluta solitudine e in perenne silenzio. Sottoposto ad un regime di sevizie e di torture fisiche e mentali; dopo dieci anni di dura detenzione in un’angusta cella posta sotto il livello del mare, fu sottoposto a perizia psichiatrica dai professori Biffi e Tamburini che lo dichiararono non sano di mente, disponendone l’invio presso il manicomio giudiziario di Montelupo Fiorentino.
Qui morì il 4 febbraio 1910.
Passannante fu sottoposto alla pena prevista per i regicidi, ed è giusto che sia così, è giusto che chi contravviene alla legge sia sottoposto ai rigori della stessa; attentare alla vita di un uomo è reato grave, attentare alla vita di un re, gravissimo, e come tale va punito.
Oggetto dell’attentato fu oltretutto “il re buono” - secondo l’uso di casa Savoia di dare un epiteto ad ogni re della sua dinastia, e questo fu preceduto dal “re galantuomo” (come se essere galantuomo fosse un merito particola per uno che era già re) e seguito dal “re soldato” (che indossava la divisa solo per nascondere la poca grazia e prestanza della sua figura).
Re buono, anche se fu coinvolto nello scandalo della Banca Romana e Re buono anche se diede il via libera al generale Bava Beccaris autore della strage di Milano del 1898, dove fece sparare col cannone sulla folla che scioperava per l’alto prezzo del pane, uccidendone almeno 80 e ferendone 450. Il re premierà Bava Beccaris con la più alta onorificenza al merito dei Savoia nominandolo Gran Croce del’Ordine e poi assegnandogli un seggio al Senato del Regno.
Passannante aveva attentato alla vita di un Savoia: e per questo non era bastata la morte ad emendare un crimine così orrendo. Il suo corpo fu smembrato, le parti disperse ed il cranio segato per estrarne il cervello; questi ultimi, entrambi sono conservati a Roma, al Museo di Criminologia dove per due Euro sono esposti alla morbosa curiosità ed al ludibrio dei visitatori, affinché non si dimentichi.
A Salvia, in Lucania, suo paese natale oggi non resta più nemmeno un Passannante; la madre e le sorelle vennero rinchiuse in manicomio (dove morirono) per punirle di avere generato un tale "mostro", come lo definì Lombroso. Gli altri familiari furono costretti ad emigrare dalla vergogna. Perfino Salvia non esiste più: il nome del paese fu mutato in Savoia di Lucania in omaggio alla monarchia e in segno di scusa al sovrano.
Questa vicenda rimane esemplare e dimostra come la nemesi savoiarda, giusta e puntuale si abbattè sull’attentatore.
Ben altro trattamento riservarono ad un altro aspirante regicida.
Parlo di Agesilao Milano, un mazziniano che tradendo il suo Sovrano Ferdinando II tentò di ucciderlo nel 1856; il Re rimase miracolosamente solo ferito e come nel suo costume, soprattutto perchè rimasto praticamente illeso, si mostrò disposto a graziare l’attentatore. Ma questi rifiutò ogni benevolenza dovendo il suo gesto passare quale tentativo di giustizia di un tiranno e per il quale avrebbe affrontato tutte le conseguenze ed il martirio.
La disponibilità alla grazia di Ferdinando non era occasionale. Essa dimostra che l'aspetto della presunta sua "barbarie giuridica vendicativa" rientra nell'ambito della "leggenda nera" che si volle creare sul suo conto negli anni precedenti l'invasione del Regno (il decennio di Cavour, 1850-1860), proprio al fine di giustificare, agli occhi del mondo e della storia, l'invasione stessa.
Se si fosse descritto a tutti il vero volto del regno di Ferdinando II, il reale livello di civiltà e progresso raggiunto ben difficilmente si sarebbe potuto trovare giustificazione alla spedizione di Garibaldi, all'appoggio del governo di Torino e, soprattutto, alla feroce repressione attuata negli anni 1860-1865 del cosiddetto "brigantaggio".
Come testimonia lo storico Paolo Mencacci, nelle Memorie documentate, dopo la rivoluzione del 1848 non furono eseguite nel Regno delle Due Sicilie esecuzioni capitali (eccetto l'unico caso di Agesilao Milano). Delle 42 comminate dai tribunali, Ferdinando II ne commuta 19 in ergastolo, 11 in 30 anni ai ferri, 12 in pene minori. Negli stessi anni il Re grazia 2713 condannati per reati politici, e 7181 per reati comuni, mentre dal ‘48 la statistica criminale nel Napoletano è in costante diminuzione. Ripetiamo che Milano rifiuta ogni grazia reale.
Scrive Marta Petrusewicz che "Molti prigionieri, tra cui il De Sanctis e il Dragonetti, dopo aver scontato qualche anno di carcere, vennero deportati in apparenza in America, mentre le autorità sapevano benissimo che sarebbero sbarcati en route a Malta o in Inghilterra e si sarebbero rifugiati in qualche paese europeo".
Ben diversa è la situazione in Piemonte, e chi denuncia ciò è proprio un deputato della sinistra piemontese, il Brofferio, il 26 marzo del 1856 in Parlamento di Torino. Mettendo a confronto le esecuzioni capitali avvenute nel 1853 nella Francia di Napoleone III e nel Piemonte di Cavour e Vittorio Emanuele II, il rapporto risulta essere il seguente (si badi, nel solo 1853!): 45 a 28; ma, nota giustamente Brofferio, "La popolazione di Francia è quasi otto volte superiore a quella del Piemonte" e fatte le debite proporzioni è come se in Piemonte le esecuzioni fossero state 224! Dal 1851 al 1855, conclude Brofferio, le esecuzioni nel Regno di Sardegna sono state 113: "I progressi della morte sono immensi". Inoltre, se si paragona il quinquennio liberale ‘51-’56 (Cavour) con il quinquennio "assolutista" ‘40-’44 (Carlo Alberto), il rapporto è di 39 a 113.
Ecco cosa ci dicono le statistiche, cioè i fatti storici: nella Due Sicilie, il "mostro" Ferdinando II grazia migliaia di persone; nel civilissimo Regno di Sardegna di Cavour, la mannaia lavorava a tutto spiano...
Ritornando al caso di Agesilao Milano (che era un terrorista assassino), occorre ricordare che Vittorio Emanuele II lo premiò con una medaglia al valore alla memoria e la sua famiglia si vide assegnare una pensione dal dittatore Garibaldi,
Ogni commento è superfluo... Mi limito solo sulla base di un confronto come per i Savoia lo stesso reato avesse valenza diversa a seconda se la vittima era un re piemontese o napoletano, un Savoia o un Borbone.
Quando l'anarchico Gaetano Bresci, nel 1900 a Monza, uccise Umberto I non ebbe comminata da nessun Savoia pensione o medaglia al valore, nè lui nè la sua famiglia...
Antonio Nicoletta
2/3/2005