Comunicati stampa

Monday, August 14, 2006

LA STORIA DELLA BASILICATA:
1861: Il primo anno della resistenza partigiana dei briganti lucani

Marzo 1861
Il regno delle Due Sicilie è annesso al Piemonte. Inizia la resistenza.
In Basilicata sono abbattuti gli stemmi sabaudi a Moliterno, Colobraro, Muro Lucano, Rapone, San Mauro, Garaguso e San Chirico Nuovo. Sono migliaia i popolani che vanno ad ingrossare i raggruppamenti degli insorti.

Aprile 1861
Lungo le valli di S. Basile numerosi gruppi di combattenti legittimisti si formano in Basilicata agli ordini del generale Carmine Crocco alias Donatelli (immagine a destra), nato a Rionero in Vulture il 5 giugno 1830 e morto nel carcere di S. Stefano a Potenza nel 1905. Insorgono Ferrandina, Laurenzana, Lavello, Moliterno, Montemurro e Sarconi. Il deputato della Basilicata Petruccelli si scaglia contro il governo che ha permesso la vendita del demanio pubblico: «Vi basti l’esempio della Sila che era di cinquemila mogge, ora è stata occupata da’ con vicini possidenti. Ora questo popolo non vuole già la restituzione del demanio per ripartirselo, ma vuole che lo si restituisca ai Comuni, appartenendo ai quali, il popolo, che nulla possiede, che è proletario, avrà dove tagliar la legna per l’inverno per riscaldarsi, dove condurre il bestiame al pascolo». E aggiunge ancora, a proposito dell’enorme numero di impiegati spediti da Torino nelle amministrazioni della Basilicata: «I Borboni avevano una legge organica amministrativa, che fissava la cifra degli impiegati. Questa cifra è stata da voi enormemente superata. Gli impiegati si sono elevati al di là di sessantaquattromila». Disordini e sommosse si hanno a Moliterno, Colobraro, Muro Lucano, Rapone, San Mauro, Garaguso e San Chirico Nuovo. Crocco, partendo il 7 da Lagopesole inizia la sua campagna di guerra con l’occupazione di Ginestra. La formazione è inquadrata militarmente, divisa in centurie raggruppate in reggimenti, ed è formata da 500 armati e da 160 cavalleggeri. I guerriglieri hanno appuntato sul cappello una coccarda rossa ed hanno per bandiera quella delle Due Sicilie. In marzo sono stati consegnati a Crocco 800 fucili con relative munizioni e 800 berretti. Da Potenza sono giunti il 4 tre ufficiali duosiciliani, tra i quali il francese Langlais. Sono chiamati alle armi tutti i soldati duosiciliani sbandati, ai quali è data una paga ogni tre giorni. I primi luogotenenti sono Nicola Summa, detto Ninco Nanco, Giovanni Coppa e Giuseppe Caruso. Il raggruppamento di Crocco è finanziato da personaggi di primo piano che fanno parte di un Comitato di liberazione lucano. Il 7 insorge Lagonegro e la sommossa si stende a Grassano, Garaguso e Calciano. L’8, con una travolgente azione, gli armati di Crocco conquistano Ripacandida e il giorno dopo Barile: le popolazioni insorgono al loro apparire, ripristinando gli stemmi delle Due Sicilie. Il 10, Crocco conquista Venosa, dopo aver sbaragliato le locali guardie nazionali. Innalza la bandiera delle Due Sicilie sul palazzo del municipio, giustizia tre liberali e saccheggia e dà alle fiamme le loro case. Da S. Angelo dei Lombardi sono inviate guardie nazionali a Calitri per fronteggiare un gruppo di guerriglieri che si sono raccolti nei boschi di Castiglione e di Monticchio. Le gesta delle schiere di Crocco incoraggiano le popolazioni di diversi Comuni a sollevarsi. I popolani di Melfi si sollevano il 12, liberano gli insorti imprigionati e innalzano le bandiere con i gigli borbonici. Insorgono anche le popolazioni di San Mauro Forte, Oliveto Lucano, Accettura, e Stigliano, ma in questi paesi l’intervento della guardia nazionale accorsa da Grottole, da Tolve, da Miglionico, da Pomarico ristabilisce l’ordine con la fucilazione di numerose persone. Lavello è liberata il 14 e il 15 Crocco entra in Melfi, dove è accolto in trionfo da una popolazione esultante e si rifornisce delle armi abbandonate dalle truppe in fuga. In Basilicata quasi tutta la popolazione è in aperta rivolta. Insorgono pure S. Chirico, Rapolla, Rionero, Avigliano, Ruoti, Atella, Grassano. Anche in questi paesi sono bruciate nelle piazze le bandiere tricolori, i ritratti di Vittorio Emanuele e di Garibaldi. Per quasi due settimane è restaurato il legittimo governo delle Due Sicilie nei centri lucani più popolosi, dove Crocco nomina nuovi amministratori comunali. In questa occasione si aggrega ai guerriglieri Maria Giovanna Tito, che diverrà in seguito la valorosa compagna di Crocco. Lo stato maggiore piemontese ordina a tutte le truppe stanziate a Salerno, Benevento, Avellino e Foggia di convergere sul Melfese. A Rionero in Vulture due compagnie del 30° fanteria, dopo un rastrellamento nelle campagne, fucilano 20 persone. La mattina del 19 Crocco assalta e occupa Monteverde. La casa del sindaco è saccheggiata e bruciata. È liberato anche il barone Sangermano imprigionato perché sospettato di sentimenti filoborbonici e di connivenza con gli insorti. Nel pomeriggio dello stesso giorno Crocco s'impadronisce anche di Carbonara. È bruciata la casa comunale. Gli insorti, liberano alcuni compagni rinchiusi nelle carceri e abbattono gli stemmi dei Savoia. Le forze occupanti accorse, sono respinte a Monteverde e inseguite per cinque miglia fino a Lacedonia e Carbonara. Gli insorti s'impossessano del bagaglio lasciato incustodito, uccidono uno dei soldati rimasti di guardia e distribuiscono i panni dei militari alla popolazione. Per cancellare il ricordo di quella giornata dal 1862 Carbonara sarà ribattezzata Aquilonia, suo nome attuale, derivato da quello della città sannitica di cui parla Livio. I liberali, fin dai primi anni dell’Ottocento avevano costituito in paese una società segreta denominandola Aquilonia risorta. Il 20, evitato un altro scontro con una più forte colonna piemontese, Crocco assale Bisaccia e tenta anche di conquistare Calitri con alcuni piccoli gruppi, ma questi sono respinti e costretti a ripiegare verso Pescopagano nella zona compresa tra Calitri e Lioni. Lo stesso giorno il sindaco di Rocchetta fa arrestare due insorgenti, Pasquale Antonio Blunno e Raffaele Amendola. Trasferiti a Lacedonia, il primo è fucilato e l'altro incarcerato. Cinque cittadini di Rocchetta sono incarcerati e processati in seguito perché imputati di far parte di bande armate. A Calitri numerosi cittadini sfilano al grido di “Viva Francesco II” e con la bandiera delle Due Sicilie. Insorgono ancora Grassano, S. Chirico, Avigliano, Ruoti, Rapolla, Atella e Rionero. Crocco affronta alcuni reparti piemontesi nei pressi di Barile, che è ripresa e perduta più volte. Negli scontri i piemontesi catturano 20 insorti che immediatamente fucilano. Crocco giunge a S. Andrea di Conza dove è accolto ed ospitato con il suo stato maggiore dall’arcivescovo, mons. Gregorio de Luca. Qui si ferma per far riposare i suoi uomini, ma un raggruppamento di piemontesi e guardie nazionali, sistematosi attorno al paese la sera del 22, costringe gli insorti a fuggire. I piemontesi, però, riescono a catturare quattro insorti, di cui tre sono fucilati, mentre il quarto, Michele Rotonda, dopo essere stato interrogato, è fucilato il giorno dopo. La massa di Crocco trova riparo nei boschi di Monticchio nelle montagne lucane. Il 24, incalzato da circa quattro migliaia tra fanti e cavalleria piemontese, Crocco fraziona i suoi uomini in vari nuclei combattenti, comandati da Ninco Nanco, Mastronardi e Romaniello, nel bosco di Monticchio, sfuggendo così all’accerchiamento. Poi si dirige verso Lagopesole, ma qui il 25 è attaccato da un forte raggruppamento di guardie nazionali a cavallo comandate da Davide Mennuni. Nei combattimenti sono catturati 71 insorti, dei quali 15 sono immediatamente fucilati, mentre gli altri, portati nei paesi d’origine, sono fucilati nella piazza del paese e lasciati insepolti per ammonimento. Tutte le autorità locali sono esautorate e sostituite da ufficiali piemontesi. Il 29, il ministro Bastogi presenta i disegni di legge per la creazione del Gran Libro del Debito Pubblico per tutto il regno d’Italia e per l’effettuazione di un prestito di 500 milioni da iscriversi in questo. Così il debito pubblico piemontese di 314 milioni diventa italiano. Il 30, un folto gruppo d’insorti attacca nei pressi di Venosa la guardia nazionale di Forenza, procurandole diverse perdite.

Maggio 1861
Il primo gli insorti di Melfi uccidono un prete liberale e quattro guardiani collaborazionisti. A Lavello la guardia nazionale cattura alcuni rivoltosi che sono fucilati. Un gruppo di 40, comandati da Ninco-Nanco, assale la masseria Lamastra a Palazzo San Gervasio scontrandosi con guardie nazionali e lancieri piemontesi, lasciando sul terreno tre morti e una decina di prigionieri. Il 6, gli uomini di Crocco, provenienti da Lagopesole e dal bosco di Monticchio, si riuniscono a Gaudiano nella masseria della famiglia Fortunato, dove stabiliscono il loro quartier generale. Il 16, Crocco, spostandosi nel Tavoliere, occupa Ordona accolto dalla popolazione festante. Il sindaco di Forenza fa fucilare un insorto dopo un processo farsa. A Torino il deputato Giuseppe Ricciardi presenta un’interpellanza sulla situazione meridionale, denunciando la chiusura delle fabbriche e la conseguente disoccupazione di migliaia d’operai, l’inasprimento delle tasse e il livellamento delle tariffe doganali, l’abbandono dei contadini rimasti privi di terra da coltivare e senza prospettive. L’Università di Napoli è in pratica deserta, anche perché sono state assegnate cattedre a persone amiche solo per dare loro uno stipendio. Tutte le scuole non funzionino, il loro bilancio è più che raddoppiato, mentre tutta l’amministrazione dei territori meridionali ora si trova in uno spaventoso deficit a differenza di quando c’era l’amministrazione borbonica durante la quale si pagavano pochissime tasse ed il bilancio era in attivo. Numerose terre demaniali sono state cedute a prezzi irrisori a personaggi equivoci.

Novembre 1861
L’1 il generale La Marmora si insedia a Napoli. Vi sono duri scontri alla masseria Canestrelli, presso l ‘Ofanto, e alla masseria Gaudiano, presso Lavello, tra i lancieri del “Milano” e folti gruppi cavalleggeri di Vaschetta: una cinquantina i morti. Il comandante Caschetta è fatto prigioniero e il 2 è fucilato a Melfi. Borjès convince Crocco ad accettare il suo piano che ha innanzitutto lo scopo di compiere un'azione tale da provocare una forte risonanza politica: la conquista di una grande città come Potenza. Il 3, con circa 1.200 uomini, divisi in centurie comandate da ufficiali spagnoli e dai luogotenenti di Crocco, vi è la prima operazione con l’assalto a Trivigno, dove Borjès disapprova il comportamento criminale di alcuni uomini delle truppe di Crocco. La marcia di Crocco e Borjès non si ferma. Si prepara un attacco per conquistare Potenza. Sono conquistate il 13 Cirigliano, Gorgoglione, Accettura e Oliveto. Il giorno dopo sono liberate Grassano e S. Chirico. L’arrivo di numerose truppe costringe Crocco ad abbandonare i paesi conquistati, dove si scatena la reazione sugli abitanti. A Trivigno un bando promette il perdono ai rivoltosi che si fossero presentati, ma i 28 che si presentano sono fucilati. Borjès e Crocco inizialmente si dirigono verso il bosco di Lagopesole, poi deviano verso settentrione, facendo tappa ad Accettura e ancora a Grassano. Da qui Borjès fa diffondere la falsa notizia di una sua disfatta e nella notte tra il 14 e 15 punta su Potenza. Il 15, a seguito di una delazione di Cerrone, sono catturati otto guerriglieri dal capitano del 6° di linea Gaetano Negri, che poi diventerà sindaco di Milano. I prigionieri, senza processo, il giorno dopo sono fucilati a Vallata: sono Alfonso Cerullo, 27 anni, Vito Marino, 27 anni, Antonio Cardinale, 25 anni, Euplio Laeza, 35 anni, Francesco Pagliarulo, 34 anni, Antonio La Ferrara, 27 anni, Giovanni Ragazzo, 27 anni. Cerrone, per premio della sua collaborazione, è lasciato libero. Il 16, la vallata prospiciente Potenza accoglie le brigate di Borjès e Crocco. Secondo i piani, dovrebbero verificarsi disordini fomentati dal clandestino comitato di resistenza. Crocco nelle sue memorie scrive: «Presiede il comitato il sig. …, liberale della sola fascia tricolore, che non avendo potuto arricchire nella rivoluzione, cambiò bandiera e si rifece borbonico. Ma questo camaleonte ancora una volta cambiò colore, avvertì il comandante della piazza, indicò dove erano deposte le armi, e, dopo aver intascato i ducati del Borbone, si vantò di aver salvato la Basilicata». Fallita la prevista insurrezione interna nella città, vi è uno scontro a Vaglio con le guardie nazionali che danno l’allarme alle truppe poste a difesa. Borjès e Crocco, privi d’artiglieria, sono costretti a deviare verso Pietragalla. I guerriglieri s’impadroniscono della cittadina, ma l’arrivo di preponderanti forze militari li costringe a ritirarsi a Lagopesole. Si aggravano i contrasti tra Crocco e Borjès. Il 17, sono arrestati “per corrispondenza criminosa con i briganti” a Vallata dal capitano Aiello, del 6° Reggimento di linea, i sacerdoti don Leopoldo Paglia e don Alfonso Armino: nel gennaio del 1862, saranno assolti dalla Gran Corte Criminale di Avellino. Dopo alcuni inutili assalti ad Avigliano, il 19, ed a Bella, il 22, contro il parere di Borjès, gli insorti di Crocco incappano a Muro Lucano in un grosso concentramento di truppe piemontesi e devono allontanarsi. Il giorno successivo, dopo essersi di nuovo concentrati, entrano a Balvano, accolti festosamente dalla popolazione. Queste inutili azioni rendono ancora più difficili i rapporti tra Crocco e Borjès. Sul fuoco soffia l’ambizioso francese De Langlais, che esercita notevole influenza su Crocco. Sul suo diario Borjès annota che il Langlais “si spaccia come generale ed agisce come un imbecille”. Il francese, Agustin Marie Olivier de Langlais, è in realtà un impiegato delle dogane francesi ed è misteriosa la sua presenza nella resistenza. Borjès il 27 si allontana definitivamente da Crocco e così annota nel suo diario: Crocco “riunisce i suoi antichi capi di ladri e dà loro i suoi antichi accoliti. Gli altri soldati sono disarmati violentemente; prendono loro in specie i fucili rigati e quelli a percussione”. Il 28, dopo aver superato il presidio di Pescopagano, i combattenti di Crocco si rifugiano nel bosco di Monticchio, dove il comandante, per meglio sfuggire agli inseguitori, divide la formazioni in gruppi indicati dal nome dei loro capi: Giuseppe Caruso, Coppa, Ninco Nanco, Totaro, Tortora, Gioseffi, Volonnino, Schiavone ed altre minori. Borjès, insieme ai suoi fidati spagnoli, il 29, s’incammina in un freddissimo inverno verso Roma, attraversando l’Alto Molise e l’altipiano delle Cinque Miglia. Il 30 un grosso raggruppamento comandato da Crocco circonda il paese di Pescopagano dove sono eliminati i più noti liberali e distrutta la casermetta delle guardie nazionali.

Dicembre 1861
Crocco divide le sue truppe in sei distaccamenti comandati dai suoi migliori luogotenenti e le fa accampare lungo i boschi sulla dorsale che da Potenza porta a Monticchio. Nessuno osa disturbare la banda acquartierata, che può ancora una volta riorganizzarsi. Nelle sue memorie Crocco scrive: «Così passammo l‘inverno senza essere disturbati e fu veramente una fortuna, poiché quell‘anno vi fu un‘invernata terribile … Era caduta tanta neve che non si poteva camminare; ciò fece dire ai giornali che il “brigantaggio” era distrutto e morto ...». In Basilicata la ritirata di Crocco ha come conseguenza la fine delle bande isolate: circa 300 sono assassinati appena catturati e oltre 600 sono fatti prigionieri nei rastrellamenti. Il gruppo comandato da Crescenzo depone le armi e si costituisce interamente. Gli abitanti delle provincie napoletane sono 6.787.289, nella Sicilia sono 2.892.414. Napoli è ancora la città più grande della penisola con circa mezzo milione di abitanti. Alla fine del 1861 solo la Francia e l’Inghilterra hanno riconosciuto il “Regno d’Italia”.

Tratto da "Due Sicilie 1830/1880" di Antonio Pagano - Capone Editore Via Provinciale Lecce - Cavallino km 1,25 73100 LECCE Tel. 0832/612618 - 0832/611877 e-mail: mailto:%20info@caponeditore.it URL: http://www.caponeditore.it/ e per gentile concessione dell'Associazione Culturale Due Sicilie di Milano: URL www.adsic.it

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